Incarnazione di Dio nel mondo: Gesù sceglie di vivere tra noi

Leonardo da Vinci Annunciazione incarnazione di Dio nel mondo

Una delle feste principali della liturgia cristiana è quella dell’Annunciazione, rivelazione della incarnazione e quindi dell’assunzione, per sempre, dell’umanità da parte di Dio.

Questa prima scelta della Trinità riguardo a Gesù ci permette di camminare sulla terra senza nostalgia del cielo. Dio è venuto qui per viverci e morire.

“Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo.” (Dietrich Bonhoeffer, Lettera alla fidanzata del 12/8/1943)

Stare sulla terra per amarla

Noi camminiamo con tutti e due i piedi sulla terra nella misura in cui amiamo la terra, senza fughe spiritualistiche di qualunque genere.

È importante ad esempio che prendiamo con cautela le preghiere della liturgia che spesso ci invitano a vivere con gli occhi fissi sui cosiddetti “beni del cielo”.

La nostra fede – scrive ancora Bonhoeffer nella stessa lettera alla fidanzata – “non è quella che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e creare qualcosa sulla terra.”

Ancora Dietrich Bonhoeffer ci aiuta a comprendere ulteriormente come poter affrontare la vita nella sua autenticità e proprio sulla base di questa incarnazione nel mondo nutrire la propria fede in Dio.

“Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere ‘al di qua’ della vita. Quando si è rinunciato completamente a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito, un uomo di chiesa, un giusto… – e questo io chiamo ‘essere al di qua’, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metanoia – dalle proprie sofferenze alle sofferenze di Dio nel mondo! – e così si diventa uomini, si diventa cristiani” (DB, 21/7/1944).

Sembra fargli eco Don Primo Mazzolari, con queste parole.

“Io sono arrivato a questo eccesso: che non mi chiedo più come sto, né altre cose del genere. Vivo momento per momento, come il Signore mi aiuta, senza guardare né avanti né indietro.” (P. Mazzolari)

E ancora Dietrich Bonhoeffer:

“Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi… ma significa essere uomini. Cristo crea in noi non un tipo di uomo, ma un uomo.”

“Gesù non chiama a una nuova religione, ma alla vita.” (DB, 18/7/1944)

E, per fortuna, non mancano voci di altri testimoni che ancora oggi continuano a invitarci a una riflessione in tal senso.

“Dio non lo troverai nella moltiplicazione di riti o formule, ma quanto più sprofonderai nel tuo essere uomo, nella nuda, originaria, santa umanità.”(Ermes Ronchi)

Dio è nel mondo, Dio è nella storia

In questo modo Dietrich Bonhoeffer (guarda qui una monografia di approfondimento dedicata a lui) sembra anche rispondere alla ricorrente domanda: “Ma perché allora Dio permette tutto questo male nel mondo?”

“Io credo che Dio può e vuole far nascere il bene da ogni cosa, anche dalla più malvagia. Per questo egli ha bisogno di uomini che sappiano servirsi di ogni cosa per il fine migliore. Io credo che in ogni situazione critica Dio vuole darci tanta capacità di resistenza quanta ci è necessaria. Ma non ce la dà in anticipo, affinché non facciamo affidamento su noi stessi, ma su di lui soltanto. In questa fede dovrebbe essere vinta ogni paura del futuro.

Io credo che neppure i nostri errori e i nostri sbagli siano inutili e che a Dio non è più difficile venirne a capo, di quanto non lo sia con le nostre supposte buone azioni. Io credo che Dio non è un Fato atemporale, anzi sono certo che egli attende preghiere sincere e azioni responsabili e che ad esse risponde.” (DB, Natale 1942)

Nella sua penultima lettera (21/8/1944) scriverà ancora:

“Tutto ciò che possiamo a buon diritto attenderci e chiedere a Dio, possiamo trovarlo in Cristo. Il Dio di Gesù Cristo non ha nulla a che vedere con ciò che dovrebbe e potrebbe fare un Dio come noi ce lo immaginiamo. Dobbiamo immergerci sempre di nuovo, a lungo e con molta calma nel vivere, parlare, agire soffrire e morire di Gesù per riconoscere ciò che Dio promette e ciò che egli adempie.”

È certo che:

  • noi possiamo vivere sempre vicini a Dio e in sua presenza e che questa vita per noi è totalmente nuova;
  • nessun potere terreno ci può toccare senza che Dio lo voglia e che il pericolo e la tribolazione ci conducono solo più vicino a Dio;
  • noi non dobbiamo pretendere nulla e che tuttavia possiamo chiedere ogni cosa;
  • nella sofferenza è nascosta la nostra gioia e nella morte la nostra vita;
  • in tutto questo noi ci troviamo in una comunione che ci sostiene.

A tutto questo Dio ha detto “sì” e “amen” incarnandosi in Cristo

Questo “sì” e questo “amen” sono il solido terreno sul quale noi stiamo. La fede nel governo di Dio sulla storia è espressa in modo sintetico e in qualche misura insuperabile nella frase:

“Per quanto in ciò che precede i fatti ci possano essere molti fallimenti, molti errori, molte colpe umane, nei fatti stessi c’è Dio.” (23/1/1944)

Tutto questo potrà portare Bonhoeffer a scrivere nell’ultima lettera alla fidanzata il 19/12/1944 (poi ce ne sarà una ai genitori, dopo di che non potrà più scrivere nulla e sarà impiccato il 9 agosto successivo):

“Tu non devi pensare che io sia infelice. Che cos’è la felicità? Che cos’è l’infelicità? La risposta dipende poco dalle circostanze; dipende in verità solo da ciò che avviene dentro a una persona. Io sono grato, ogni giorno, di avere te, e ciò mi rende felice.”

Io sono grato… Camminare sulla terra senza nostalgia del cielo, perché fiduciosi in Gesù, Re della storia e dell’universo, della nostra storia e del nostro universo di oggi, è anche alimentare ogni giorno questa gratitudine per chi amiamo e ci ama, per poter essere, per quanto possibile, felici.

E, al di là della felicità o dell’infelicità, ci diventa sempre più chiaro che cosa significhi che per noi Gesù di Nazaret, quell’uomo lì, è per noi Via, Verità e Vita (Gv 14, 6) della nostra vita.
Rileggiamo anche Gv 1, 1-18 e i primi quattro versetti della Prima Lettera di Giovanni (1 Gv 1, 1-4).

Spunti a cura di padre Gian Giacomo Rotelli S.I.

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